STUDIO DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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QUANDO UN BAMBINO NON VUOLE MANGIARE

 

Far mangiare per forza oppure cambiare approccio?

 

“Mio figlio non mangia!”

 

Spesso gli psicologi vengono interpellati dai genitori di bambini in età 1 - 3 anni che riferiscono un’intensa preoccupazione rispetto al tema dell’alimentazione.

 

Il momento del pasto del piccolo diventa un momento difficile che vede impegnati i genitori nel tentativo spesso infruttuoso di far mandar giù qualche boccone a bambini che non ne vogliono sapere.

 

Le strategie utilizzate dai genitori per far mangiare i figli non tengono conto della sincera volontà del bambino di non mangiare. Paradossalmente generano un circolo vizioso del tipo più ti obbligo a mangiare, più non mangi, con ricadute sul clima e sui rapporti familiari.

 

Sembrerebbe più utile adottare un principio basato sulle fasi dello sviluppo del bambino e sulla naturale tendenza ad approcciarsi al cibo tipica di ogni età evolutiva, che comunichi al bambino “non devi mangiare per forza”.

 

I gusti dei bambini cambiano con la crescita.

 

Questo messaggio, unito ad alcuni comportamenti che i genitori possono adottare rispetto all’alimentazione dei figli, possono rendere meno difficile il momento del pasto.

 

Una delle modalità più utilizzate dai genitori è quella di cercare di distrarre il bambino dall’attività primaria del mangiare inventandosi rituali come far vedere lo stesso cartone animato, impegnarli in svariate attività di gioco, improvvisare spettacolini in cui il cibo diviene parte di una scenetta familiare nel tentativo di ficcare un cucchiaino di cibo in bocca al piccolo.

 

L’idea sottostante è quella che spostando l’attenzione del piccolo dal cibo, prima o poi aprirà la bocca e sarà possibile imboccarlo.

 

Altri genitori, provano a fare leva sul premio e sulla punizione, a seconda che il bambino abbia mangiato ciò che il genitore ha preparato per il pasto.

 

Nei casi più estremi si ascolta il racconto di genitori che hanno ingaggiato vere e proprie battaglie per un boccone di cibo, magari dopo aver incorso il piccolo per tutta casa.

 

Ogni strategia è valida se funziona rispetto a quanto vogliamo ottenere, dunque non sarà lo psicologo a giudicare se le strategie sopra ricordate funzionano con i vostri figli.

 

Facciamo notare però che il fattore comune di queste modalità di gestire il momento del pasto è quello di non considerare la volontà del piccolo, che inequivocabilmente dice “non voglio mangiare”.

 

Dunque se una strategia non funziona nel tempo, è il caso di provare a fare altro, ad esempio non forzare a mangiare i piccoli attraverso i rituali distraenti, i premi, le punizioni o addirittura le costrizioni.

 

Considerando che anche i bambini più piccoli (anche dai 6 - 9 mesi) comunicano le loro intenzioni e soprattutto capiscono quelle degli adulti di riferimento, capiamo che i trucchi sopra citati sono inefficaci.

 

Per questo motivo, la relazione e la comunicazione con il bambino al momento del pasto dovrebbe essere quanto più possibile orientata al messaggio “non devi mangiare per forza”.

 

Le strategie sono utili se funzionano.

 

Questo principio generale può far evitare l’instaurarsi di rapporti di forza tra genitori e figli con la relativa rabbia e frustrazione nel constatarne l’inefficacia.

 

A questo approccio comunicativo si possono associare una serie di comportamenti che i genitori possono attivare al momento del pranzo.

 

Innanzitutto bisogna tenere presente che i sensi del gusto e dell’olfatto, che veicolano il nostro approccio al cibo, cambiano dalla fase dello svezzamento fino all’adolescenza impegnando il piccolo in un processo continuo di conoscenza e di cambiamento delle abitudini alimentari.

 

Dunque tutti gli approcci e i tentativi di scoperta quali assaggi e sputi, le attività di manipolazione anche con varie parti del corpo e i cambiamenti repentini nel gusto (“ma come, l’hai mangiato fino ad ieri?”) vanno considerati come modalità di conoscenza che i bambini attuano nei confronti del cibo.

 

Tutte queste attività, che sporcano molto vestiti dei bambini e dei genitori e le loro cucine pulite, vengono di solito definite “pasticci” o “capricci”.

 

Anche lo sviluppo della conoscenza va guidato dai genitori e le sperimentazioni infantili possono essere accompagnate dall’insegnamento delle sequenze di gesti necessarie per portare il boccone alla bocca correttamente, evitando di rimproverare il bambino per le trasgressioni e gli errori che non sarebbero compresi.

 

E qui vogliamo smontare il mito che i bambini facciano volutamente i dispetti per far arrabbiare i genitori, lo fanno semmai perché trovano divertente ciò che capita in conseguenza delle loro azioni, dunque se volete interrompere il divertimento, cambiate la vostra reazione.

 

Con i bambini più grandi (dai due anni in su), che dovrebbero aver smesso la fase “pasticciona” di sperimentazione, si assiste più nettamente al rifiuto del cibo.

 

Il principio del non forzare può essere sostituito dal principio della naturalezza a mangiare.

 

Dopo lo svezzamento, i bambini sono in grado di mangiare quasi tutto ciò che mangiano gli adulti e si può preparare un pasto (con i dovuti accorgimenti nei confronti dei piccoli) che mangeranno tutti i commensali seduti a tavola nello stesso momento.

 

In questo modo genitori e figli si dividono la responsabilità del momento del pasto.

 

I genitori decidono cosa (il pasto), quando (ad un orario il più possibile ricorrente e routinario) e dove (a tavola e non in giro per casa o sul divano).

 

Mangiare insieme a qualcuno è un’attività molto piacevole.

 

In questo modo si solleva il bambino da questioni che non sono di sua pertinenza perché attinenti al mondo degli adulti e delle regole relative al come avviene il pasto.

 

Al bambino resta da decidere se e quanto mangiare del pasto preparato.

 

Il pasto sarà comunque composto da cibi adeguati per l’età e il gusto del piccolo, facendo trovare sulla tavola i cibi che già sappiamo piaceranno ai piccoli, in modo da lasciare spazio alla scelta (ad esempio, in un piatto unico di carne e patate, il bambino può scegliere di mangiare l’uno o l’altro ingrediente, oppure del formaggio, già presente in tavola), ma senza proporre alternative non presenti sulla tavola (“ti faccio i bastoncini di pesce?”).

 

È importante che anche gli adulti con i quali il bambino mangia, diano l’esempio e mangino gustando ciò che anche lui stesso trova nel piatto davanti a sé. L’ideale, sempre più difficile da attuare con le condizioni di vita e lavorative dei genitori, è che almeno uno dei genitori partecipi al pranzo contemporaneamente al bambino, mangiando la stessa pietanza.

 

La presenza del genitore che mangia la stessa pietanza del piccolo è un esempio molto più potente, invogliante e naturale di qualsiasi invito ad assaggiare “almeno un boccone”. Dunque possiamo evitare questa frase poco efficace.

 

Ancora più efficace è il coinvolgere il bambino nella preparazione del pasto, che stimola naturalmente la curiosità di assaggiarlo per “vedere com’è venuto”.

 

Se parliamo di naturalezza, allora anche premi e ricompense in cibo come snack o merendine o altro, possono essere evitate, perché si mangia per il bisogno naturale di sfamarsi e per il gusto e il piacere della pietanza.

 

Infine, anche il clima emotivo e familiare ne beneficerà significativamente.

 

Pubblicato il 18 settembre 2021

 

Dott. Carlo Grolli
Dott.ssa Marta Erba

 

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