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DI CHI SONO LE BUGIE?

 

In questo articolo parleremo di come le bugie dette in età puberale e adolescenziale possono essere considerate una modalità comunicativa finalizzata ad attirare le attenzioni degli adulti. È importante allora interpretare ciò che viene detto senza etichettare il ragazzo come “bugiardo patologico”.

 

Le considerazioni prendono spunto da una supervisione a degli insegnanti nella quale un’alunna viene definita “bugiarda patologica”. In realtà la ragazza cercava di comunicare qualcosa di sé che sarebbe andato perso senza una lettura privi di pregiudizi.

 

Quando abbiamo il dubbio che una persona ci stia mentendo, la scelta di non credere genera una situazione interattiva nella quale ci sono due ruoli: quello di chi non crede e quello del bugiardo. Le interazioni tra questi due ruoli avvengono attraverso modalità comunicative, obiettivi e schemi d’azione tipici delle situazioni in cui sentiamo la necessità di ripristinare la “verità”. Ma questa, risponde più al nostro personale bisogno di credere vero proprio ciò che ci aspettiamo che lo sia.

 

Dunque le bugie sono di chi le racconta o una creazione di chi le ascolta? Sono un’esigenza di chi le racconta - che può arrivare ad essere definito anche bugiardo patologico - o un bisogno di certezza per chi le ascolta?

 

La bugia ha tutte le caratteristiche di un processo comunicativo finalizzato ad ottenere un obiettivo all’interno di una relazione. Infatti, possiamo inquadrare la bugia come un fenomeno interattivo - comunicativo nel quale tutti gli attori coinvolti hanno una parte.

 

Durante una supervisione in una scuola media, un insegnante mi racconta che qualche giorno prima una ragazza - che chiameremo Arianna - dichiara alle compagne di essere incinta. Le compagne le chiedono chi è stato e lei risponde che il suo compagno Marco l’ha violentata. In un batter d’occhio la notizia fa il giro della scuola, attivando il Preside e i professori che convocano i genitori della ragazza, che in lacrime ma dopo diverse altre versioni dei fatti, confessa di essersi inventata tutto.

 

L’insegnante esterrefatta e sbigottita, dichiara in supervisione di essere stata in difficoltà nel non essere riuscita a varcare il muro di bugie che Arianna continuava a costruire “più cercavo di abbatterlo, più lei lo alzava! Mi ha impressionato la lucidità con la quale Arianna dava forma ai suoi racconti, penso proprio che sia una bugiarda patologica”.

 

Proviamo a spostare l’attenzione dai contenuti, cioè la bugia in sé, che contiene elementi emozionali molto forti, alle modalità con le quali si è costruita la situazione il cui esito è stato “Arianna ha detto una bugia”. Questo cambiamento di punto di vista ci fa vedere il processo interattivo e comunicativo nel quale tutti gli attori coinvolti - Arianna, i compagni di classe, le insegnanti, il Preside e i genitori - hanno avuto una parte, tale per cui non sia più possibile affermare che solo Arianna ha fatto qualcosa - cioè dire la bugia - ma tutti hanno contribuito a creare la bugia.

 

Un racconto - “sono incinta” - che inizialmente non sappiamo se è vero o falso a priori, viene messa in dubbio, che è una condizione di parziale o totale incertezza, che rende per il momento impossibile ogni posizione sicura o definitiva sul piano della conoscenza o dell’azione (Devoto, Oli, Dizionario della Lingua Italiana). Di fronte a questa condizione, sentiamo di dover fare qualcosa, di agire per ripristinare la “certezza della conoscenza”. Tra le infinite possibilità di affrontare l’incertezza, l’insegnante sceglie di configurare la situazione come: “Arianna ha detto una bugia”, pertinente tanto quanto crederle. Infatti chiedo: “…e se fosse stato vero?” “Impossibile!” mi rispondono in coro e un pò scandalizzate le insegnanti. Ricordo la verosimiglianza della possibilità che anche Arianna avrebbe potuto essere incinta, come talvolta accade in contesti molto simili a quelli a noi familiari.

 

Così nelle insegnanti comincia ad affacciarsi l’idea che si possa scegliere di credere vera o falsa un’affermazione proprio in virtù delle proprie credenze e aspettative.

 

Di fronte ad un dubbio si può scegliere di ripristinare la certezza della conoscenza secondo quanto è più pertinente e coerente con le nostre aspettative, anticipazioni, credenze. Dunque oggi, in una scuola media di Como, è falso che una ragazzina di 14 anni possa essere incinta ed è vero che ha detto una bugia se lo afferma. Affermare che lo faccia perché è una bugiarda patologica, rafforza ulteriormente la credenza.

 

Sempre secondo il dizionario, la bugia è una falsa affermazione per trarre altri in errore, di solito a proprio vantaggio. A partire dalla definizione di “bugia” provo a porre l’attenzione delle insegnanti laddove si dice che si afferma qualcosa per ottenere qualcosa.

 

“Come si può ottenere qualcosa con un’affermazione?” chiedo alle insegnanti.

 

“Sparandola grossa, dicendo qualcosa che getta nell’incertezza chi ascolta!” mi rispondono loro.

 

“Quindi anche chi dice una bugia sa bene come si getta nell’incertezza chi ascolta, sa bene dove andare a colpire” incalzo per provare a togliere l’etichetta di bugiarda patologica ad Arianna e restituirle competenza relazionale e comunicativa.

 

“Quindi anche Arianna sceglie di fare qualcosa, non è solo vittima della situazione?” chiede l’insegnante, alla quale si affaccia l’idea di avere generato con il suo dubbio, il ruolo di bugiarda, ora non più sostenibile.

 

Da una situazione così riconfigurata emerge una ragazzina che fa qualcosa con un obiettivo, usa strategicamente il linguaggio per ottenere qualcosa. Vista in questi termini non è più possibile affermare che “Arianna è bugiarda” bensì, “Arianna fa delle affermazioni in virtù degli obiettivi che si pone” tra i quali, magari attirare l’attenzione degli adulti su qualche disagio che sta vivendo in quel momento.

 

Al di là degli obiettivi di Arianna, ciò che sottolineiamo è come nella generazione di questa situazione tutti i protagonisti, i compagni, le insegnanti, i genitori, abbiano avuto una parte più o meno consapevole. Così ricostruito appare più chiaro il ruolo attivo che tutti hanno avuto nel processo di generazione della bugia, che non rende più possibile dire che Arianna è una “bugiarda patologica”.

 

In conclusione, la bugia non è qualcosa che qualcuno dice a causa di una patologia, ma un processo discorsivo che avviene all’interno di relazioni che prevedono ruoli che interagiscono sulla base di ciò che credono “vero” o “falso”. La scelta di credere o meno, avviene attraverso processi decisionali che seguono le aspettative, le credenze e quanto siamo disposti a ritenere vero secondo i nostri criteri personali.

 

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Pubblicato il 30 settembre 2021

 

Dott. Carlo Grolli
Dott.ssa Marta Erba

 

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